Il film che descrive l’Italia ha conquistato Cannes
Oltre a Fuori, presentato in concorso al Festival, l’Italia compare anche nella categoria Un certain regarde, la sezione, facente parte della selezione ufficiale del Festival, dedicata alle opere che rappresentano nuove tendenze estetiche del cinema. Il film, diretto e co-sceneggiato, insieme ad Adriano Candiago, da Francesco Sossai, conquista il pubblico di Cannes con il suo amaro umorismo, il suo crudo realismo e le prestazioni straordinarie dei suoi tre interpreti principali: Filippo Scotti, nei panni di Giulio, uno stremato studente di architettura trapiantato da Napoli a Venezia, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, rispettivamente Carlobianchi e Doriano, due uomini, sulla cinquantina, con più bicchieri che prospettive, che con la loro saggezza popolare e un bagaglio d’esperienza da novanta prendono il giovane sotto la loro ala.

La pellicola risulta essere estremamente coraggiosa, innanzitutto per il tema, perché racconta una parte d’Italia che non era mai stata al centro della narrazione unica che si fa del nostro paese. Una regione fredda, uggiosa, lontana dall’immaginario del sole e del mare che tanto amano all’estero e che tanto vende. Le città di pianura del Veneto non mostra quello che il mondo conosce, Venezia è relegata ai piccoli locali, al silenzio della notte, usata non per fare da cornice ad una piazza San Marco illuminata, ma per rendere assordanti i rumori delle poche anime che ne popolano i vicoli. Allo stesso modo Cortina, teatro della scena conclusiva del film, non si fa bella tra le Dolomiti, ma offre ai nostri un gelato, al bordo di una strada trafficata, che rende la città irriconoscibile, svestita del suo abito da sera.
Mostra invece il Veneto per quello che è, una regione da quasi cinque milioni di abitanti che non abitano in una cartolina, ma tra i monti e il mare, in una terra di incontro tra una generazione anziana, sempre più distante, e una nuova, spesso immigrata da altre parti d’Italia e del mondo, che appaiono incapaci di comunicare, ma che, come Sossai vuole dimostrare, possono ancora parlarsi e trovarsi.
Francesco Sossai si espone anche politicamente, denunciando un’industrializzazione che per decenni ha devitalizzato i suoi lavoratori, costringendoli alla fabbrica e alla solitudine, per poi abbandonarli, con una pacca sulla spalla, per quanto costosa, che loro anche dopo tanti anni indossano fieramente, perché è il simbolo di una vita.
Un film che, in un periodo buio del nostro cinema, a maggior ragione alla luce delle ultime notizie politiche, si erge a speranza del fatto che quella che è stata la grande caratteristica del cinema italiano nello scorso secolo, ovvero raccontare la contemporaneità, possa ancora competerci.
Valutazioni:
IMDb: 7,5/10
Letterboxd: 3,8/5